Presentazione di Vittorio Sgarbi

Da un po’ di tempo avverto una singolare attrazione per quelle forme d’arte che, in modo certamente improprio e riduttivo, vengono definite popolari. Ma sono forme d’arte che hanno radici antiche e nobili: hanno i precedenti nelle pitture egizie, in quelle delle catacombe, nelle pitture devozionali di grandi artisti del passato come il Perugino. Sono forme d’arte e modi e mezzi comunicazionali insieme. È l’arte che non vediamo solitamente nelle rassegne, che non troviamo nelle gallerie, nei libri sulle avanguardie, ma che invece riconosciamo negli uffici e nelle case di tanta gente operosa, sensibile e amante del bello. C’è un’ incomunicabilità quasi assoluta fra l’una e l’altra. Le uniche eccezioni alla regola riguardano fenomeni di matrice popolare che i critici si divertono a nobilitare come un morboso divertissement da proporre. È successo così, per esempio, al Graffitismo americano, con esiti anche ridicoli nell’ingigantire a dismisura la portata di molti di questi produttori di “scarabocchi”, con sommo godimento dei mercanti-critici che li hanno lanciati. Proprio lo “scarabocchio” concepito come nuova frontiera dell’arte moderna fa capire bene come il gioco sia ormai diventato interno alla “buona società” dell’arte, con i critici compiaciuti di essere in grado di trasformare anche gli artisti più trascurabili in maestri epocali. Il dipinto o la scultura, in queste operazioni, diventano sempre più un pretesto concettuale, un contenitore vuoto da riempire di oscure e fumose motivazioni dialettiche, soprattutto per far dimenticare precise intenzioni economiche. La differenza fra l’una e l’altra arte, dunque, non la fa la qualità indiscutibile delle opere che ciascuna di esse esprime, ma il contorno sociale. Da una parte c’è una cerchia ristretta di addetti ai lavori e di simpatizzanti, dai costumi raffinati, che fanno dell’arte non solo un proprio piacere, ma anche una forma di distinzione; dall’altra c’è la massa dei non addetti ai lavori. Ma sempre più mi chiedo se il bello artistico concepito dai maggiori critici sia davvero l’unico possibile. Mi chiedo, cioè, se anche i non specialisti non abbiano diritto a concepire una propria idea di bello che non sia vista per forza come opinabile. É giusto pensare che la vera, unica arte concepibile sia quella stimata tale da un numero ristrettissimo di persone? Sono dubbi che restano quando si osservano le opere di Aldo lannetti, architetto di Pescara che da qualche tempo si dedica con sempre maggiore passione alla pittura. Non c’è dubbio che la mia educazione visiva si collochi su un piano diverso, mi permetto di dire, più sensibile a una molteplicità espressiva e a un senso dell’evoluzione storica dell’arte che mi porta a vedere ì dipinti di questo pittore come esperienze in qualche modo già praticate, migliorate e superate, eppure costantemente in divenire, come nel dinamismo artistico di lannetti, che ha studiato e ricercato un linguaggio pittorico e comunicazionale apparentemente immediato, ma ideato e costruito anche attraverso la cultura e la sensibilità dell’uomo. Proprio per questo, le pitture dì Aldo lannetti risultano popolarissime a persone del tutto rispettabili, in grado di pensare, di esprimersi, di provare emozioni, di concepire una propria idea dei bello. Bisogna considerare non tanto e non solo l’artista lannetti, quanto le numerosissime persone che, con assoluta onestà d’animo, amano i suoi gattini assopiti nel verde, i suoi cavalli bianchi dalle criniere al vento, i suoi tramonti marinari traboccanti di colori contrastati, i suoi bambini sognanti in paesaggi surreali, il suo mondo arboreo incantato. Questi dipinti fanno riemergere ciò che sentiamo di aver perduto, la stessa purezza che andavano cercando i pionieri del Primitivismo fra l’ultimo Ottocento e il primo Novecento, in contrapposizione all’idea di progresso: la semplicità d’animo, il sapore dolce e consolatorio delle emozioni elementari, la lirica di piccole cose che può derivare anche dalla contemplazione stupefatta di ciò che i più sofisticati considererebbero banalità. Perché la memoria del piacere che ci deriva dalle emozioni provate nell’infanzia rimane sempre una delle radici più spontanee, popolari della poesia. Perdere questa semplicità d’animo ci ha forse arricchiti dal punto di vista intellettuale, ci ha resi più razionali e cinicamente disincantati, ma ci ha anche resi definitivamente adulti, ci ha inariditi sentimentalmente, rispetto al “fanciullino” di pascoliana memoria che sopravvive nelle opere di lannetti. Tanti altri ancora guardano questi dipinti, e con essi riescono a immaginare, desiderare, sognare. A essere felici.